andrea trebbi
Arch. Andrea Trebbi
vittorio camerini

l'architettura, cronache e storia
n. 596, giugno 2005

 

Andrea Trebbi, indipendente e riservata espressione nel variegato panorama della progettazione architettonica, aggressivo e determinato quanto basta per scolpire di luce e di ombre le sue opere, con un gesto forte e incisivo che segna lo spazio e dona respiro.
In una sintesi corposa, una delle sue ultime realizzazioni, l'edificio residenziale in via degli Orti 40, a Bologna, ribadisce l'esercizio della continua e rigorosa esplorazione tra forme, funzioni e potenzialità spaziali.
In questo intervento il linguaggio compositivo è chiaro: le cinque unità abitative si innestano l'una nell'altra, abbracciano vuoti, generano pieni, chiamano gli esterni a partecipare della vitalità interna.
Le planimetrie rivelano un uso accorto dei percorsi e una ricerca sottile concorre alla formazione di una forte connotazione per ciascuna abitazione, risolta nella generale unitarietà dell'organismo.
Infatti le due unità al piano terreno si avvalgono di accessi indipendenti, e quelle disposte ai due livelli superiori, pur utilizzando un comune connettivo verticale a cielo libero, trovano riservatezza e identità nelle terrazze che fungono, anche, da ingresso.
Allo stesso fine contribuiscono i particolari, che aggregano nel tessuto di insieme calibrate soluzioni di dettaglio, dall' uso di episodici pilotis accoppiati di sostegno dei volumi aggettanti, all' utilizzo di serramenti dalle specchiature ampie, inseriti nella compattezza delle partizioni bianche.
La rivisitazione, non solo cromatica, di Meier è sottesa a questa architettura: l'organismo è un sistema spaziale articolato che verifica continuamente la simbiosi tra un esterno ben definito nei volumi e un interno ricco di soluzioni.
E così che funzione e forma coincidono senza indugi.
Le terrazze si protendono all'esterno in forti solidi, mentre i doppi volumi e i percorsi scavano l'architettu­ra, ritagliando il vuoto.
Tutto questo genera un vivace dinamismo dei fronti, e lascia ben trasparire una premeditata esposizione delle facciate agli effetti chiaroscurali che solo la luce può compiere.
Il disegno delle bucature non è mai casuale: esse si aprono con essenzialità per consentire di vedere senza esporre, per approvvigionare luce ma proteggere da sguardi curiosi.
La ricercatezza dei tagli e delle aperture, nonché del loro significato, pare reinterpretare il lessico lecorbusieriano e filtra il rapporto interiorità-esteriorità.
È significativo e ulteriormente elogiativo, trattandosi di un'opera di caratura commerciale, il rapporto tra illuminazione artificiale e costruzione: nell'oscurità notturna, la luce degli interni traspare discretamente e accende in facciata suggestivi scorci che parlano di architettura vissuta e, contemporaneamente, la luce degli esterni conferisce all'edificio un'aura garbata e anche i volumi aggettanti appaiono sospesi nel chiarore dei riflessi emanati dai soffitti.
In questa realizzazione affiora palese una vocazione dell'autore che prefigura l'opera di architettura come contributo di bonifica della qualità urbana.
La difficoltà era quella di interfacciarsi con una realtà costruita che fa da sfondo a questo intervento, composta da edifici privi di qualità oggettiva e distinti da caratteri architettonici che descrivono anni di grande espansione quantitativa, ma non altrettanto qualitativa.
Trebbi non ha avuto indecisioni e ha operato una scelta di rottura per riscattare il tutto, affidandosi alle istanze di una ricerca molto personale: nel suo candore assoluto e spregiudicato l'edificio genera una sorta di riappacificazione urbana e annoda nella soluzione curva d ' angolo i fronti anonimi delle due vie che lo determinano. Si evince costante una prerogativa dell'autore, ovvero quella sua necessità di rivisitare all'infinito i progetti, di montare e smontare la composizione fino a raggiungere l'essenzialità, o fino al compimento della oggettiva consapevolezza che "di più non si può fare".
Alla fine di questo percorso la pulsazione è tutta originale e personale è la sacralità che ne scaturisce . Trebbi trasferisce alla sua architettura un'anima indipendente, supportata da una creatività razionale e ordinata, nonché dalla rigorosa coscienza che rifugge il compromesso.
Un credo risoluto. Dice Trebbi: "Un attributo che ben mi riguarda è l'assoluta estraneità da ogni moda, conformismo, apparato, patteggiamento, imposizione...; questa e l'unica strategia praticabile per 'fare architettura', pure se essa rappresenta il modo interpretativo di gran lunga più faticoso".
In questa occasione che mi consente di celebrare i tuoi venticinque anni di pura professione, ti formulo il mio augurio: "in bocca al lupo Andrea , per aspera ad astra!".